Mappe di comunità della Valdelsa, conoscere per valorizzare riflettere per applicare

2011, Tipolitografia M.M. di Manetti Mario e C. snc, San Gimignano

Autrici: a cura di Fiammetta Giovetti e Tamara Migliorini, con la collaborazione di Giulia Restelli

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Sintesi

L'Associazione culturale L'Auriga, da tempo impegnata nella valorizzazione della cultura e del territorio della Valdelsa, ha predisposto il progetto Mappe di comunità della Valdelsa rivolto a tutti gli abitanti di quest'area senza distinzioni di età o di livello di studio.
L'Auriga, partendo dalla considerazione che ogni territorio è unico, grazie al suo patrimonio locale e all'importanza che ha per la comunità che lì vive la consapevolezza di questa ricchezza, ha portato all'attenzione delle istituzioni locali la possibilità di realizzare insieme delle mappe di comunità.
La mappa è uno strumento costruito in modo partecipato attraverso cui la comunità conosce il proprio territorio e prende coscienza del valore dei luoghi che vive. Essere consapevoli del patrimonio locale che caratterizza il territorio in cui abitiamo è il primo passo verso la sua salvaguardia.
Una gestione del territorio volta al benessere della comunità dovrebbe vedere le Istituzioni locali impegnate nel coinvolgimento della collettività nella partecipazione sulle scelte che determineranno l'assetto del luogo da loro abitato. A tal proposito significative sono le parole di Hugues de Varine: "E' indispensabile concepire lo sviluppo come uno sforzo cooperativo, permanente e cosciente, tra la collettività (i poteri pubblici) e la comunità (i cittadini). Questo sforzo deve portare alle tre dimensioni di base di uno sviluppo che sia culturale, sociale ed economico".

Hugues de Varine, Il museo come strumento, in "Signium", luglio 2004, anno 2, n. 1, p. 10

  • Introduzione
  • Mappe di comunità: un processo partecipativo per conoscere e valorizzare il territorio
  • Il progetto Mappe di comunità della Valdelsa
  • Presentazione ai Sindaci: riflessioni a confronto e applicazioni possibili
    1. Piero Pii, Sindaco di Casole d'Elsa, 13 giugno 2011
    2. Emiliano Bravi, Sindaco di Radicondoli, 13 giugno 2011
    3. Giacomo Bassi, Sindaco di San Gimignano, 17 giugno 2011
    4. Paolo Brogioni, Sindaco di Colle Val d'Elsa, 23 giugno 2011
    5. Bruno Valentini, Sindaco di Monteriggioni, 25 giugno 2011
    6. Lucia Coccheri, Sindaco di Poggibonsi, 01 luglio 2011
  • Considerazioni finali


Dal carnevale alla festa dell'uva: l'organizzazione delle feste popolari a San Gimignano nel ventennio fascista

2010, Lalli Editore

Autore: Leonardo Antognoni

Dettagli:
n. 78 immagini (foto e documenti)


Prezzo: 20,00 € oppure 15,00 per i soci

Sintesi

La volontà di indagare il sistema festivo imposto in tutta Italia dal regime fascista, analizzando le dinamiche di un piccolo comune, come San Gimignano, durante gli anni Venti e Trenta del XX secolo è il filo rosso di questo lavoro. Attraverso il recupero di feste la dittatura fascista ha cercato di diffondere i propri valori per ottenere consenso nella popolazione. L'esaltazione della Roma Imperiale e il recupero del Medioevo e del Rinascimento rientravano nello stesso processo di celebrazione dell'italianità, e della asserita superiorità culturale e razziale italiana, che vennero sfruttati dal regime per imporre i propri valori anche attraverso il recupero delle antiche tradizioni. Nel corso degli anni Trenta si è verificata una costante riproposizione di feste che avrebbero dovuto avere le proprie radici nel Medioevo e nel Rinascimento: nel 1930 si tenne la prima manifestazione del calcio in costume a Firenze; l'anno seguente fu recuperata la Giostra del Saracino di Arezzo; nel 1933 fu riproposto il Gioco del Ponte a Pisa; questi eventi avevano come esempio il Palio di Siena. Durante queste feste non si faceva un utilizzo soverchiante di simboli propagandistici del regime perché già nei riti e nelle usanze che erano state recuperate era iscritto quel messaggio ideologico e quel concetto di popolo che il fascismo voleva inculcare nella popolazione italiana.
E a San Gimignano, definita alla metà dell'Ottocento "la Pompei del Medioevo", che cosa stava succedendo? Nel corso del XIX, con la rivalutazione del Medioevo da parte della cultura romantica, a San Gimignano, come in altre città quali Firenze, Siena e Arezzo, si produssero notevoli interventi architettonici per riportare in vita il carattere medievale "più vero". Molti furono gli interventi architettonici che contribuirono ad aggiungere quell'"assolutamente medievale" e che corrispondevano all'esigenza di forgiare l'identità stessa dei suoi cittadini, ma al tempo stesso finirono per adeguare l'immagine del paese al gusto estetico dei viaggiatori e dei turisti. A San Gimignano, escluso dallo sviluppo industriale per la lontananza dalle vie di comunicazione e nel quale maggioranza della popolazione era impiegata nel settore agricolo, già si intuiva come lo sfruttamento della componente turistica avrebbe potuto svolgere un ruolo rilevante nell'economia del paese.
Una delle attività che attirò un elevato numero di spettatori fu il corso organizzato del carnevale e i modelli di riferimento erano il Carnevale di Viareggio e il Palio di Siena. Il corso dei carri, che si svolse a San Gimignano fra il 1926 e il 1930, vide le due contrade del paese sfidarsi nella costruzione dei barrocci più belli; attorno a questa attività principale si tennero anche altri eventi come il carnevale dei bambini o i veglioni (che attiravano ballerini anche dai comuni limitrofi); per stimolare la presenza degli spettatori al carnevale e per incentivarli ad acquistare i prodotti dei commercianti sangimignanesi nel 1928 e nel 1929 venne indetto un concorso per premiare gli addobbi migliori delle vetrine dei negozi. Oltre al carnevale è descritto l'andamento di una manifestazione imposta dal regime a tutta la nazione, come la Festa dell'uva, che aveva lo scopo dichiarato di rilanciare il settore vitivinicolo, che stava attraversando un periodo di profonda crisi. La prima edizione della festa dell'uva ebbe luogo in tutta Italia il 28 settembre 1930 per volontà del Sottosegretario all'Agricoltura Marescalchi. Questa manifestazione, che a San Gimignano si tenne fino al 1941, legava la promozione di un prodotto agricolo tipicamente italiano, come l'uva, con una forte componente folkloristica. Le disposizioni ministeriali sull'organizzazione della festa consigliavano lo svolgimento di concorsi per la vendita a minor prezzo dell'uva e l'organizzazione di un corteo di carri vendemmiali folkloristici. Il Carnevale e la Festa dell'Uva sono due esempi esplicativi per dimostrare l'ambivalenza con la quale il governo fascista sfruttò la ripresa delle tradizioni popolari: se da una parte il fascismo favorì lo sviluppo di nuove forme festive, dall'altro ne limitò la possibilità di azione assoggettandole ai modelli uniformati della gestione dopolavoristica per evitare che la libertà di espressione creasse problemi di ordine pubblico.
La ricerca è stata condotta su a livelli: oltre alla lettura della bibliografia sul fascismo a livello nazionale e locale, sono state integrati i piani dell'indagine archivistica, dello spoglio dei quotidiani locali dell'epoca e dell'utilizzo delle fonti orali, con la realizzazione di interviste a persone che avevano vissuto a San Gimignano durante gli anni del regime fascista e che hanno raccontato le loro esperienze e il loro vissuto sedimentati nella memoria.

  1. L'Opera Nazionale Dopolavoro
    1. Istituzione e sviluppo dell'Opera Nazionale Dopolavoro
    2. «La belle consuetudini locali»
  2. San Gimignano: la riscoperta del Medioevo e alcuni momenti della politica fascista e della vita sociale
    1. La riscoperta del volto medievale di San Gimignano
    2. Alcuni momenti della vita politica e sociale: il monumento ai caduti, la figura del Podestà e la ricerca del turismo
    3. Le Autorità amministrative partecipano alle festività patronali
    4. La passeggiata dei buoi del Giovedì santo
    5. L'insediamento del circolo locale dell'Opera Nazionale Dopolavoro a San Gimignano
  3. Il Carnevale di San Gimignano
    1. Currus Navalis o Carnem-levare
    2. Il Carnvale in Italia tra le due guerre
    3. «Per San Gimignano era qualcosa di meraviglioso»
    4. 1927: «Il Carnevale mascherato a San Gimignano»
    5. 1928: «Le grandiose feste carnevalesche di S. Gimignano» e la prima esposizione artistica delle vetrine
    6. 1929: Il «Corso mascherato che rimarrà immortalato nella storia»
    7. 1930... Ultimi «echi del carnevale»
    8. ... 1931?
    9. I Veglioni del Carnevale di San Gimignano
    10. I carnevali goliardici
    11. Il Carnevale di bambini
    12. I Carri a tema e il tema dei carri
  4. La Festa dell'Uva
    1. La Festa dell'Uva a San Gimignano
  5. Conclusioni: «Tutto faceva leva sulla Maremma e sulla Piazzetta»


"Che sia riportato nell'antico suo lustro" Storia e analisi per il restauro della cappella di Santa Fina nella Collegiata di San Gimignano

2008, Lalli Editore

Autrice: Tamara Migliorini

Dettagli:
n. 141 immagini (foto e disegni)


Prezzo: 20,00 € oppure 15,00 per i soci

Sintesi

La cappella di Santa Fina, da sempre, rispecchia, nella sua minuta dimensione, ciò che, a scala più ampia, è avvenuto nella città di San Gimignano: la stessa esibizione di ricchezza, sinonimo di potenza, la stessa decadenza, politica e materiale, lo stesso spirito di rinnovamento, o sarebbe meglio dire di 'invecchiamento', hanno segnato un destino comune. Un parallelismo non casuale, considerato che la cappella di Santa Fina fu voluta dal Comune, dalla Chiesa e dalla popolazione locali ed è quindi una delle più alte espressioni della 'Terra' sangimignanese.
Gli interventi di rinnovamento che hanno contribuito a conferire alla città un più consono volto medievale, nella cappella hanno invece concorso a rafforzarne il carattere rinascimentale.
"Che sia riportato nell'antico suo lustro". Questa frase, elemento scatenante di quello che intorno agli anni Ottanta dell'Ottocento fu l'intervento restaurativo sulla cappella di Santa Fina, non è che la sintesi della teoria del restauro ottocentesco. In particolare vi si riscontrano gli insegnamenti di Eugène-Emmanuel Viollet-le-Duc: potevano cambiare le parole e i luoghi, ma, durante i restauri, era molto difficile trattenersi dal poter ricostruire, o meglio ricreare, quella che doveva essere stata la situazione originaria di un bene artistico o architettonico. Si è restaurato ovunque e con grande maestria: l'intento di ricreare un'atmosfera antica è talmente riuscito che oggi, a un secolo di distanza, soltanto un occhio critico può percepire l' "Inganno". "Inganno" che, malgrado gli sforzi teorici di Camillo Boito, si è perpetrato fino ai nostri giorni, in cui la patina del tempo ha reso quasi invisibile l'opera ottocentesca.
"Restaurare i restauri", cioè conservare i beni interessati da questi interventi recenti, ma ormai storicizzati, è oggi un problema di grande attualità, da affrontare conoscendo bene sia l'entità che le motivazioni di tali interventi.
Questa problematica si riscontra nel caso della cappella di Santa Fina, creata nel Quattrocento all'interno della Collegiata di San Gimignano da Giuliano da Maiano, ma completamente riprogettata nell'Ottocento dall'architetto senese Giuseppe Partini.
Il restauro ottocentesco è stato pesante e non certo ammissibile dalle attuali teorie del restauro, ma aveva il nobile scopo di valorizzare la bellezza e magnificenza della cappella."Che sia riportato nell'antico suo lustro" può essere anche il motto odierno per incitare alla conservazione di questo bene eccezionale che è la cappella di Santa Fina, un microcosmo nel quale il Rinascimento ha lasciato un segno tangibile nella ricchezza della lavorazione di ogni materiale, sia esso marmo, pietra, legno, ceramica o affresco. Allo stesso modo, sempre alla ricerca di un progetto unitario, si è mosso anche il Partini, contribuendo, con l'impiego sapiente di marmo, vetro e ferro battuto, ad impreziosire ulteriormente questo piccolo ambiente. Solo in epoca recente, invece che aggiungere, si è cominciato a togliere dalla cappella ciò che veniva ritenuto di 'poco valore', ovvero alcuni elementi attribuiti, a ragione o a torto, all'intervento partiniano.La conservazione deve, invece, interessare i materiali di tutti gli elementi che costituiscono la cappella, senza fare discriminazioni per quelli risalenti ad un passato più o meno recente, come l'Ottocento. Un intervento conservativo non può inoltre prescindere dalla tutela degli elementi ormai da tempo rimossi dalla cappella, ma da considerarsi parte integrante di essa anche se oggi sono collocati altrove.
I pregiudizi sui restauri ottocenteschi, considerati senza valore e quindi tranquillamente eliminabili, e la mancanza di una conoscenza globale degli elementi che compongono la cappella, o ne hanno fatto parte in passato, sono i due maggiori pericoli che attualmente minacciano l'integrità della cappella di Santa Fina.

  1. La cappella di Santa Fina nella Collegiata di San Gimignano
    1. La Collegiata: dalle origini alla trasformazione del XV secolo
    2. Fina dei Ciardi: una bambina come santa patrona
    3. Il Rinascimento a San Gimignano: la costruzione della cappella di Santa Fina
    4. Confronto con le cappelle coeve
  2. Dal Cinquecento al Settecento: le trasformazioni
    1. I restauri seicenteschi e settecenteschi
  3. Il restauro ottocentesco: il ritorno all' "antico suo lustro"
    1. I primi restauri ottocenteschi
  4. La situazione di una "gemma preziosa" nel 1876
    1. Preludio al restauro della cappella: l'intervento di Giovan Battista Cavalcaselle
    2. Giuseppe Partini: il Purismo senese a San Gimignano
    3. I collaboratori dell'architetto purista nell'esperienza sangimignanese
    4. La realizzazione di un sogno nei documenti ottocenteschi
    5. Le ricomposizioni partiniane: dal ritrovamento dei frammenti perduti alla ricerca delle forme antiche
  5. Gli interventi nel Novecento: la fine di un sogno
    1. L'inizio del nuovo secolo: le critiche ai restauri ottocenteschi
    2. Seconda guerra mondiale: danni e restauri alla cappella
    3. I restauri del secondo dopoguerra nella Collegiata
    4. Gli interventi di fine secolo: una cappella per museo
  6. 2008: analisi della situazione attuale
    1. L'inizio del nuovo millennio: gli ultimi interventi
      1. Gli interventi all'esterno della cappella
      2. Gli interventi all'interno della cappella
      3. I ritrovamenti del pavimento originario
    2. I rilievi della cappella di Santa Fina
    3. La cappella di Santa Fina: descrizioni e considerazioni
      1. L'ingresso: i pilastri e l'arco
      2. Il cancello
      3. Le cornici
      4. Gli occhi
      5. Gli affreschi
      6. I pancali
      7. L'altare
      8. I padiglioni
      9. Il pavimento originario
      10. Il pavimento attuale
      11. La parete sul transetto
      12. La situazione esterna


La costruzione del volto medievale di San Gimignano dal 1864 al 1940

2006, Lalli Editore

Autrice: Fiammetta Giovetti

Dettagli:
n. 251 pagine, n. 124 foto (a colori e non)
n. 3 tavole a colori.


Prezzo: 20,00 € oppure 15,00 € per i soci

Sintesi

Questa ricerca si è prefissa lo scopo di tracciare e descrivere le trasformazioni che tra Ottocento e Novecento hanno interessato il patrimonio architettonico di San Gimignano, una città che ancora oggi viene presentata e venduta al turismo mondiale come immutato "sogno" del Medioevo proprio grazie all'unicità delle immagini che offre. Ma è sufficiente scorrere le numerose fotografie d'epoca, eseguite da Lombardi, Alinari, Logi, per rendersi conto della portata che il restauro architettonico ebbe a San Gimignano. Aggiungiamo però che è cosa ben diversa lo scorrere delle fotografie e fare dei confronti con la realtà attuale, dal cercare di costruire un supporto documentario ai restauri condotti. Supporto che, attraverso date e nomi, ci consente di tratteggiarne la storia e inserire i singoli interventi in un panorama più ampio.
Allo studio della pratica restaurativa abbiamo affiancato inoltre un'indagine condotta sulla letteratura di viaggio, che ci ha consentito di descrivere come, con la rivalutazione, tutta ottocentesca, dell'arte e dell'architettura medievale San Gimignano diventa oggetto dell'interesse del "nuovo viaggiatore", al cui gusto la città andrà lentamente adeguandosi. Un processo, certo non prerogativa solo di San Gimignano, che non si arresterà con nuovo secolo, ma che anzi si intensificherà nei primi decenni di quest'ultimo, diventando un vero e proprio programma politico dell'amministrazione comunale. Se infatti l'Ottocento è stato per San Gimignano il secolo della riscoperta, quale "sogno del Medioevo", il Novecento può essere definito come quello della conferma e dell'adeguamento al "sogno". La campagna di restauri condotta sul patrimonio architettonico cittadino in nome del "sogno" inizierà con l'attività di Giuseppe Partini per proseguire negli anni successivi attraverso l'opera di quegli architetti e professori che si succedettero alla guida dei vari organi statali preposti alla tutela del patrimonio stesso. Ma malgrado quello che ci si aspettava, con il trascorrere del tempo, la parola d'ordine rimaneva sempre «ripristinare l'antico stato», con la fondamentale differenza che se il «Medioevo da palcoscenico» ottocentesco è ancora oggi riconoscibile, altrettanto non si può sempre dire per i restauri «fedeli» del Novecento, condotti attraverso quelle tracce che ancora erano leggibili sulle tessiture murarie. Restauri, quasi sempre di completamento, in cui non venivano messi in pratica i principi di riconoscibilità dell'intervento, ma anzi dove spesso si ricorreva a patinature che dessero un effetto di omogeneità, ottenendo un risultato che, come diceva l'architetto Luigi Del Moro, soprattutto in una città come San Gimignano, risultavano un vero e proprio inganno. Ma fin dall'Ottocento la convinzione era che a San Gimignano la questione del restauro era di facile interpretazione. Le evidenti tracce del passato non lasciavano spazio alla fantasia dell'architetto, gli interventi consistevano nel liberare dalle superfetazioni e completare quei profili e quelle decorazioni che apparivano dalla «scrostatura» degli intonaci. Un modo d'intervenire che, la Commissione Edilizia locale prima e la Soprintendenza ai Monumenti poi, cercheranno di imporre anche ai privati, suggerendo per ogni intervento o di recuperare, dove possibile, le «antiche forme», o di imitare quest'ultime, per analogia, dove le trasformazioni subite nel tempo non lo consentivano più. La quantità di interventi di restauro condotti anche su questa architettura è veramente sorprendente e si concentra in determinate zone della città innalzate a rappresentare la «Pompei del Medioevo». Un mito, che con il trascorrere del tempo, verrà rappresentato solo da quelle architetture che erano state oggetto di restauri, da quelli «in stile» di fine Ottocento fino a quelli «scientifici» del nuovo secolo.

  1. San Gimignano la "Pompei del Medioevo"
    1. San Gimignano tra Settecento e Ottocento: la riscoperta dell'arte medievale
    2. Le prime guide del "viaggio borghese"
    3. San Gimignano nei libri di architettura
    4. Dall'editoria colta alle guide: l'universale riconoscimento di quell'aspetto "tout-à-fait moyen-age"
    5. Luigi Pecori, Ugo Nomi Venerosi Pesciolini e Pietro Vigo: una campagna per ripristinare le "forme antiche"
  2. I primi passi dell'amministrazione pubblica sangimignanese verso la costruzione del volto medievale cittadino sotto gli auspici della Commissione Consultiva Conservatrice di Belle Arti e la guida di Giuseppe Partini
    1. Il Regolamento Edilizio. Un freno all'iniziativa privata
    2. La Commissione Consultiva Conservatrice di Belle Arti a San Gimignano
    3. Il restauro partiniano al Palazzo Comunale
    4. Giuseppe Partini e la Collegiata di Santa Maria Assunta
  3. Luigi Del Moro e gli ultimi anni dell'Ottocento
    1. La chiesa della Madonna dei Lumi salvata
    2. Il palazzo Giusti
    3. La facciata della Collegiata di Santa Maria Assunta
    4. La liberazione della piazza dell'Erbe
  4. San Gimignano nei primi anni del Novecento
    1. Dalle "villes délaissées" alle "hill-towns". La percezione di San Gimignano nei "viaggiatori" del nuovo secolo
    2. San Gimignano attraverso le immagini
    3. La risposta locale
    4. L'amministrazione comunale e la liberazione della torre dei Becci
    5. Cesare Spighi
  5. Gino Chierici e il sesto centenario della morte di Dante Alighieri
    1. Il comitato per i festeggiamenti danteschi
    2. La demolizione della Madonna dei Lumi
    3. L'"ambiente dantesco"
  6. Peleo Bacci soprintendente a San Gimignano
    1. Il "ripristino" della loggia del Comune
    2. Il palazzo Chigi
    3. Il restauro del restauro: la chiesa della Madonna dei Lumi
    4. Liberazione della porta alle Fonti
    5. Il Palazzo del Podestà
  • Bibliografia
  • Tavola n° 1 - Evoluzione storica di San Gimignano
  • Tavola n° 2 - Planimetria della città
  • Tavola n° 3 - Individuazione planimetrica degli edifici interessati da restauri